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Intervista a Vincenzo D'Amico

Aggiornamento: 14 ore fa

Incontriamo il signor Vincenzo D’Amico, direttore, insieme ai suoi fratelli, delle Industrie D’Amico, che dal 2000 a Ostuni costituiscono un General Contractor (o contraente generale), un’impresa che gestisce, costruisce e coordina progetti per conto di un committente, fungendo da unico interlocutore e responsabile, dal progetto all’esecuzione finale (“chiavi in mano”), gestendo tutte le maestranze e i fornitori.


Qual è stato il momento decisivo che l’ha spinta a diventare imprenditore?

Quando avevo dieci anni, osservando mio padre e la mia famiglia impegnati nel loro business, ho capito che anche io volevo diventare imprenditore. Per molti bambini era solo un gioco, ma per me era reale: aprii la mia piccola “agenzia tutto fare”, in cui realizzavo oggetti, offrivo piccoli servizi e compravo e rivendevo prodotti ai miei parenti. È stato il mio primo vero assaggio di impresa.

Quali ostacoli ha incontrato all’inizio e come li ha superati?

Quando ho iniziato a fare sul serio, prendendo in mano una delle aziende di famiglia — la più piccola — mi sono trovato davanti a difficoltà di ogni tipo: il mercato complesso, la posizione geografica poco favorevole, l’organizzazione interna da ricostruire, le finanze da riequilibrare. Era un continuo restare in bilico. La determinazione e la caparbietà sono state fondamentali per superare ogni ostacolo, anche i fallimenti sono stati preziosi per il percorso di crescita.

Come è riuscito a fare crescere la sua azienda?

Partendo da un’idea originale, di cui ho verificato la fattibilità attraverso il confronto con i clienti, i problemi e i feedback reali e investendo in professionisti qualificati e tecnologie innovative. 

Quali sono le competenze che oggi fatica a trovare nei giovani candidati?

Più che competenze tecniche, mancano spesso: capacità di problem solving reale (non solo teorico), autonomia e senso di responsabilità, umiltà e modestia, passione, comunicazione chiara, soprattutto scritta, pensiero critico: saper argomentare, fare domande sensate, capacità di lavorare per obiettivi, non solo per “compiti assegnati”. Le competenze tecniche si imparano; queste molto meno e molto spesso  fanno la vera differenza. La padronanza delle lingue straniere e le esperienze all’estero sono un valore aggiunto e dimostrano adattabilità, mentalità aperta, capacità di muoversi in contesti complessi. 

Qual è l'errore più comune che vede fare ai giovani quando scelgono il loro percorso di studi e quale consiglio darebbe?

Scegliere solo per paura del futuro o solo per passione astratta, senza capire come si traduce nel lavoro o copiando il percorso di altri. Consiglierei di seguire le proprie attitudini e le proprie passioni, la scelta migliore sta nel punto d’incontro tra interesse personale, attitudine e spendibilità.

Qual è il miglior consiglio che darebbe al “sé” più giovane e quale dote dovrebbe coltivare un giovane imprenditore?

Avere tanto coraggio, tanta resilienza e la disponibilità al sacrificio. Sono le fondamenta su cui si costruisce tutto il resto. Le idee sono importanti, ma è la capacità di rialzarsi e adattarsi che distingue chi cresce da chi si ferma.

Secondo la sua esperienza, quali settori vedranno la crescita maggiore nei prossimi 10 anni?

Alcuni trend sono ormai piuttosto chiari: tecnologia & digitale & informatica (AI, data analysis, cybersecurity, software), sanità e biotech, medicina, energia, servizi alla persona.

Quali cambiamenti del futuro la affascinano o la preoccupano di più?

Mi affascina il potenziale dell’IA applicata all’economia reale; mi preoccupa la velocità con cui la tecnologia corre rispetto alla capacità delle persone di adattarsi. È nostro compito contribuire a ridurre questo divario.


Giulia Maria D'Amico 4E


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