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NON SEMPRE SEI QUEL CHE VEDI: I DISTURBI ALIMENTARI

Intervista alla dottoressa Ivana Colizzi 

Quali sono i primi campanelli d’allarme di un disturbo alimentare che un compagno di classe o un insegnante dovrebbe notare? E cosa dovrebbe fare?

I compagni di classe e i docenti possono notare significativi cambiamenti di peso o di abitudini alimentari, come il salto dei pasti, il conteggio delle calorie, un’attenzione particolare focalizzata sul corpo e un’attività sportiva eccessiva. Potrebbe esserci un calo nel rendimento scolastico, di cui il docente può accorgersi, mentre l’amico può notare bassa autostima legata all’aspetto fisico, isolamento o paura di mangiare davanti agli altri. Non bisogna minimizzare i commenti autosvalutanti dell’amico/a, né scherzare su queste questioni, sempre meglio parlare con la persona in privato, ascoltare e nel caso consigliare di rivolgersi ad un professionista e iniziare a parlarne con i genitori.

Esiste un legame tra l’uso dei social media e la nascita di questi disturbi?

I disturbi alimentari hanno spesso una base di dispercezione corporea, che i social potrebbero alimentare, in quanto mostrano ideali di bellezza che rincorrono una perfezione simmetrica, utilizzando filtri e chirurgia estetica che poco hanno a che fare con l’evolversi del corpo nel corso della vita di una persona. L’età adolescenziale (e non solo) è da un lato soggetta a notevoli cambiamenti corporei e dall’altro suggestionabile al confronto con gli altri e, nello specifico, con i social.

Come si può parlare di cibo e corpo in modo sano all'interno del gruppo classe, evitando commenti che potrebbero ferire chi è fragile?

In classe si può parlare di alimentazione e corpo, favorendo un clima di confronto sereno, attraverso evidenze scientifiche, anche utilizzando tecniche psicoeducazionali mediate da un facilitatore. Non devono essere espressi commenti con valore di giudizio, in quanto potrebbero avere un impatto su chi è più vulnerabile e non è utile parlare di peso come numero, di cibo come buono o cattivo e di forma fisica come giusta o sbagliata. Questo tema non è un tabù; lo si può affrontare con un linguaggio neutro e inclusivo, senza confronti con gli altri o con i social, ma tendendo al benessere.

Perché è così difficile, per chi ne soffre, chiedere aiuto?

È difficile innanzitutto ammettere di stare male, riconoscere di avere una sofferenza importante. Spesso si pensa che possa essere un qualcosa di passeggero o di riuscire a gestirsi da soli. A volte le persone intorno possono minimizzare la sofferenza ed altre volte ancora chiedere aiuto è percepito come un fallimento. Questo disturbo si intreccia con l’identità e l’autostima, si può provare vergogna, paura del giudizio o perdita del controllo su di sé.

Quale messaggio vorrebbe lanciare a chi in questo momento sente che il rapporto con il cibo è diventato una prigione?

Il nostro corpo non definisce chi siamo e dobbiamo imparare ad abitarlo con equilibrio. Forse hai imparato ad usare il cibo per proteggerti, riempire, controllare…ma il cibo è nutrimento; l’alimentazione è necessaria e non deve costituire una lotta. Lo specchio ci rimanda un’immagine mutevole nel tempo, ma unica e sarebbe bello accettarla, quindi accettarci senza pensare di essere sbagliati e doverci migliorare per forza.

Chiedere aiuto non è fallire, ma è un modo per uscire da questa gabbia.


 Aurora Zurlo 4E

Christian Cucci 3B




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